Sogni di profondo cielo

Sognatore cosmico in viaggio verso mondi possibili, Giovanni Valentini propone in questa mostra una sequenza di opere pittoriche come visioni di profondo cielo, lampi di luce disseminati nel luogo che contiene tutti i luoghi, fenomeni di varie dimensioni appartenenti a un mondo remoto dove si intuiscono percorsi che vengono da lontano e si rivolgono verso altrettante immisurabili lontananze.

All’origine di quest’investigazione fantastica sta lo studio scientifico dei corpi astrali attraverso il telescopio, l’osservazione diretta del cielo e dei suoi eventi cosmici, pianeti pulviscoli e bagliori che l’intuizione creativa restituisce con esattezza non dimostrabile, vero parametro di fantasticazione pittorica, disvelamento di valori cromatici avvolgenti.

Valentini non ostenta la sua profonda cultura scientifica ma è inevitabile sottolineare che essa guida ogni fase della ricerca visiva, infatti la conoscenza circostanziata dei fenomeni astronomici stimola fantasie spaziali attraverso la forza ancestrale delle vibrazioni che perennemente si sprigionano nel cielo.

L’interesse specifico dell’artista propende per le fluide consistenze della materia e per le dinamiche espansive dei corpi celesti, immagini di genesi astrali che rimandano ai fondamenti invisibili del cosmo vivente. L’attenzione è inoltre rivolta alle sonorità degli astri, alla musica delle sfere, alle variazioni ritmiche, alle pause intermittenti e agli slittamenti armonici, ai paradigmi matematici che la mente amplifica spingendo lo sguardo verso soglie fluttuanti e imponderabili.

All’inizio del suo percorso di ricerca, Valentini ha indagato la struttura della materia esplorando le assonanze tra le onde elettromagnetiche e i processi generativi delle forme, attraverso continui bilanciamenti del loro persistente impulso a trasformarsi. Al centro dell’interazione tra arte e scienza sta sempre l’uomo come motore di ogni prospettiva immaginativa, soggetto attivo che finalizza gli strumenti tecnologici al potenziamento della percezione sensoriale e mentale.

Dopo aver visualizzato spazi d’intuizione cosmologica attraverso gli strumenti della fotografia e del computer, Valentini si è recentemente dedicato a realizzare con mezzi pittorici quell’analoga e sterminata dimensione conoscitiva, proponendosi di tradurre “manualmente” in fatto cromatico la potenza luminosa dei fenomeni astrali.

Sorprende il fatto che l’artista, impegnato per molti anni a indagare il veduto scientifico con i parametri cognitivi dell’ingegneria nucleare, dell’astrofisica, della cibernetica, dell’informatica e di altre strumentazioni artificiali, abbia sentito il bisogno interiore di riconvertire il suo sperimentalismo mutimediale nel perimetro della scrittura pittorica, tornando all’uso dei pigmenti su tela per coltivare nuove fantasie astrali. E che lo abbia fatto in modo del tutto naturale.

Del resto, la pittura è linguaggio non estraneo alla sensibilità poliedrica di valentini, e quest’immersione nei sensi cromatici dell’immagine dipinta è un aspetto della sua libertà di esprimere con tutti i mezzi possibili lo spirito cosciente dell’essere in rapporto alle energie nascoste del cosmo. In questo sforzo illimitato, la consapevolezza scientifica non garantisce il valore dell’operazione pittorica, ma permette di sviluppare idee che la proiettano oltre sé stessa, altrimenti essa sarebbe un’illustrazione del dato scientifico, una pura visualizzazione meccanica di calcoli matematici. Questo rischio non si pone, in quanto la pittura si confronta con il senso ineffabile dello spazio rappresentabile, procede oltre i vincoli esatti del visibile, guarda all’indefinito, dialoga con l’altrove cosmico attraverso la percettività dei sensi come esperienza criticamente presente a sé stessa.

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Da sempre Valentini si trova di fronte ad enigmi di difficile soluzione, si interroga sugli aspetti nascosti della materia, questioni intorno alle quali sono impegnati gli scienziati più sperimentali, motivati dalla possibilità di superare il contrasto tra la massa terrestre e la luce celeste attraverso la sintesi unitaria delle forze. L’artista è affascinato dai progressi della scienza che indaga il mistero della materia oscura presente in gran parte nell’universo, energia inesplicabile che si oppone alla forza di gravità. Aderendo a questo pensiero, Valentini è sedotto dal fatto che esistono movimenti cosmici che si sottraggono alla legge gravitazionale, in tal senso è interessato alle masse cosmiche che si espandono a dismisura, secondo flussi imponderabili.

Se è vero, dunque, che esistono altre condizioni di materia, possibili universi paralleli che si muovono a velocità incredibile, è altrettanto certo che l’esistenza di questa dimensione non è stata ancora dimostrata, essa è soltanto un’ipotesi, un’eventualità degna di essere affrontata come sfida intuitiva aperta a nuovi slanci immaginativi.

Non a caso, è opinione diffusa che il percorso innovativo della scienza, analogamente a quello dell’arte, si nutre di ipotesi conoscitive equivalenti a espressioni di fantasia, parallelismo che permette di considerare la cosmologia come un linguaggio per niente arido e statico, ma aperto alle sorprese del metodo intuitivo.

Di queste convinzioni si nutre l’estetica scientifica del nostro autore, nel momento in cui conferisce – come avviene nei dipinti recenti- nuova sostanza cromatica alle “situazioni siderali fantastiche” simulate al computer oltre quarant’anni fa (1973). Oppure, nel momento in cui egli rivisita con afflato pittorico attrazioni gravitazionali di materia stellare (1974-76), nonché variabili fenomeni celesti cosiddetti “cyber spazio-tempo” figli di “cyborg”, dove la massa risucchia luce e materia all’interno di sé stessa (1980-85). Questi sono alcuni esempi in cui Valentini cita esperienze relative alle sue avanzate pratiche visuali sperimentate negli anni Sessanta e Settanta, quando captava l’immagine elettronica dei pianeti con procedimenti astrofotografici. Ulteriori tramiti sono le molteplici “simulazioni maths” che l’artista ha perfezionato nei decenni successivi raffigurando galassie, nebulose, orbite, pianeti, buchi neri, complessi fenomeni celesti che costituiscono il campo sinestetico dove visibile e invisibile sono congiunti in un’unica totalità. L’artista dipinge ammassi galattici che vanno al di là della dinamica aggregatrice delle stelle, si avvale di metodi di misurazione innovativi, studia i rapporti numerologici che sono alla base del flusso energetico cosmico, dimensione diversa dalla somma di ogni singolo corpo in quanto comporta un aumento qualitativo del grado di percettività.

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I cieli dipinti da Valentini sono fatti di materia granulare e porosa, sono libere interpretazioni manuali e cromatiche, metafore della conoscenza che sfida lo stato d’inerzia della rappresentazione, entrando in sintonia con quella mutevole e indistinta luminosità che stimola lo sguardo a portarsi oltre, sotto e al di là della volta celeste.

La superficie pittorica è trattata in modo sfumato e cangiante, nel suo velo indeterminato si vedono grafemi, simboli e particelle che evocano l’origine del tutto, ogni opera è un frammento che registra i movimenti della totalità. Il pulviscolo cromatico utilizzato per dare sostanza all’immagine del cielo simula la polvere cosmica che - collassando progressivamente su sé stessa - determina l’origine di ogni fenomeno. Negli spazi calcolati dell’invenzione pittorica compaiono corpuscoli sintetici, percorsi in espansione, memorie visibili di materie che in grande quantità sono disperse nella dimensione astrale. La scelta dei colori è relativa ai differenti gradi di energia, dovuti non solo alla velocità della luce e alle variazioni di massa, ma soprattutto alla frequenza del ritmo oscillatorio che continuamente la determina.

Le diverse consistenze del pulviscolo cromatico sono legate alle variazioni fenomeniche, l’assunto è di rendere la corposità e la densità della materia cosmica, nonché il silenzio e il mistero dell’universo. L’immagine mutevole del colore indica l’azione trasformatrice dei corpi in movimento, le mutazioni delle masse energetiche che tra loro interagiscono in senso potenziale.

L’intenzionalità è di commisurare all’intensità delle presenze cosmogoniche l’energia qualitativa del flusso cromatico, al fine di trasmettere visivamente la potenza dei raggi gamma, oppure quella dei raggi x, e di altre energie che s’irradiano nell’universo.

L’alfabeto simbolico di Valentini è costituito da molteplici icone che abitano la massa globulare modificando continuamente la loro posizione e le loro distanze: forme circolari, ovoidali, ellittiche, spiraliformi, iperboliche, elicoidali, nuclei perfettamente delineati, fissati come attimi eterni che fluiscono verso erratiche avventure.

Al di là della persistente irradiazione luminosa ottenuta con l’effetto del colore puntiforme, si può osservare l’aggregazione centripeta della materia e il relativo movimento di rotazione instabile che sollecita improvvisi di sciami di luce da tutte le direzioni.

Le traiettorie trasversali dominano in molteplici dipinti spostando verso i margini estremi l’orientamento delle scie luminose, non è mai possibile prevedere dove essere possono entrare in azione, bisogna seguirne gli andamenti nel momento stesso in cui i bagliori avvengono, prendono forma, diventano riconoscibili prima di modificarsi in altri assetti. Dentro la profonda oscurità dei cieli appaiono improvvisi bianchi lattiginosi, profonde incursioni di luce blu e viola, accese estensioni di rosso, bagliori indistinti di verde, ogni apparizione è traccia fugace del passaggio dall’invisibile al visibile.

L’emozione mentale dell’artista si accresce ogni volta che l’atto pittorico sa restituire allo spettatore il senso d’esplosione della materia, l’energia incontrollabile del viaggio astrofisico, sintesi di fenomeni che avvengono in tempi e dimensioni differenti.

I sogni evocano altri sogni, profondità splendenti sospinte dalla sensibilità cromatica di Valentini, la sua fervida mente li restituisce a quel magico disorientamento spazio-temporale da cui provengono e verso il quale si rivolgono le movenze sinestetiche del processo creativo, amplificandosi nella sospensione dell’infinito cosmico.

Claudio Cerritelli


L’opera di Giovanni Valentini, un esempio significativo di arte come scienza

di Bruno D’Amore

Come può un matematico – critico d’arte, che da quarant’anni tenta disperatamente di spiegare al mondo che matematica (in generale scienza) e arte si muovono all’unisono, che non sono agli antipodi, che sono umanesimi a tutto campo, non restare affascinato, conquistato dall’opera di Giovanni Valentini? Quando vedo citati allo stesso tempo Lucio Fontana, Roberto Sanesi, Bruno Munari e Silvio Ceccato, personaggi con alcuni dei quali ho avuto relazioni di amicizia e di studio io stesso, come posso nascondere la mia eccitazione? Nella storia di questo straordinario artista si mescolano relazioni con gli storici e critici d’arte Giulio Carlo Argan e Pierre Restany, da una parte, e gli scienziati naturali Marco Fraccaro e Raffele Ciferri, dall’altra. E poi Valentini vanta alle origini mostre personali nelle mie stesse gallerie di esordio, la mitica Apollinaire di Guido Le Noci di Milano e la grande Obelisco di Roma? In questa ultima, nel 1974, realizzai con il maestro-amico-mentore Filiberto Menna una mega mostra internazionale dal titolo significativo “De Mathematica” il cui catalogo è ancora oggi in vendita, esempio citatissimo delle relazioni di cui dico sopra. Ricordo ancora quando, nel 1969, Elio Marchegiani presentava nella Galleria Allegra Ravizza a Lugano i suoi fulmini, creati con un generatore di Van Der Graaf, sconvolgendo il pubblico, ignaro di fisica e di scienza in generale, e perciò stupito.

Scienza, arte tecnologia convivono da sempre e spiegano l’arte di questo eccezionale creatore, Giovanni Valentini. I suoi studi multiformi e variopinti s’intrecciano fra le accademie d’arte, l’informatica, la cibernetica (vedi la citazione di Silvio Ceccato, con il quale partecipai negli anni ‘70 a un dibattito a Milano), l’astronomia, la telematica e la biologia, riapparsa di recente con vigore nelle sue ultime opere. Nelle sue creazioni, indiscutibilmente realizzate nel dominio dell’arte figurativa, si intrecciano tutti questi interessi, cellule, esperimenti, cristalli, spaccati di visioni astronomiche. Se è vero che nelle sue opere l’allusione alla vita animale ritrova forza espressiva e coraggio simbolico, è anche vero che nei primi anni ‘70 già realizzava mostre con animali ibernati sotto azoto liquido ed esponeva radar in azione. Antesignano di molte avanguardie, predecessore di tante correnti, Giovanni Valentini ha al suo attivo un percorso storico invidiabile che va preso a modello e come riferimento da tutti quanti noi ci interessiamo di arte, soprattutto se vogliamo restare in quel vasto ambito di relazioni fra arte e altri generi espressivi, considerati più scientifici.

Ho poi l’impressione che molte delle sue allusioni visive a questi mondi altri (per esempio dell’energia e dell’astronomia) siano richiami a due possibili relazioni: metaforiche e semiotiche.

Per esempio, la sua famosa opera Astrale Cybord con nebulosa 3005 esposta nel 2008, non è solo, non può essere solo un’immagine dell’universo ricca e significativa dal punto di vista visivo e scientifico, è chiaramente una metafora della poesia; il mistero di questa forma creativa è richiamato dalla magia onirica suscitata dalla sua visione. Ma è anche una trasformazione di segni, un gioco di rinvii significanti. Lo dice in modo perfetto il critico d’arte Claudio Cerritelli: «I cieli dipinti da Valentini (…) sono (…) metafore della conoscenza che sfida lo stato d’inerzia della rappresentazione»

I canneti, gli universi paralleli, le foglie, i fossili, i cuoi, le spugne, le visioni astronomiche, gli alberi, le canne, gli universi, le nebulose, i radar, i peli, la materia oscura, la pura energia, … non sono che richiami violenti, di una forza impressionante che ti lascia senza fiato, alla Natura, a quella parte scientifica della Natura che molti rifuggono per ignoranza o per scarsa attenzione, ma che affascina poi anche i più reticenti alle scienze, catapultandoli in quel meraviglioso duplice mondo che unisce arte e scienza.

I cristalli di neve sono sottili creazioni matematiche che possono incantare non solo il geniale scrittore Thomas Mann (La montagna incantata), ma anche ciascuno di noi; e Giovanni Valentini lo sa, nello scegliere, per esempio, questa immagine. Sa che qui confluiranno vibrazioni del cervello, dell’anima, poesia e razionalità del suo visitatore, tanto che lui potrà guidarlo, con quell’abilità che lo distingue, a vedere quel che lui, artista, ha deciso di mostrare.

Bruno D'Amore, Ph. D. di Mathematics Education, Ph.D. Honorem University of Cyprus.
Membro del Nucleo di Ricerca in Didattica della Matematica c/o Dipartimento di Matematica - Università di bologna


Art studio 38: curone e valentini, amicizia e arte, abbinata vincente

Certe volte le mostre d’arte nascondono delle storie. Storie belle e commoventi pur nella loro semplicità. In cui la pittura non è più l’unica protagonista e si deve andare alla ricerca di qualcosa di più intimo, di più profondo che sta dietro alle tele e ai colori. Allo Studio 38 di via Canonica, dove espongono fino al 30 giugno Giancarlo Curone e Giovanni Valentini, potrete scoprirlo e, siamo certi che, alla fine, non rimarrete indifferenti.

Le opere dei due pittori già a prima vista testimoniano una affinità, una consonanza di interessi e di stimoli creativi notevoli, pur nella diversa scelta tecnica e formale. Se si ha il tempo di osservare con attenzione ogni opera si potrà cogliere, insieme a una comune passione per l’arte, la stessa voglia continua di sperimentare, il desiderio di entrambi di trascendere la realtà fino a proiettarla nell’infinità di un cosmo reale o immaginario, avvalendosi dei contributi di un astrattismo che persegue la ricerca dell’essenza delle cose.

Il Maestro Valentini accanto a due sue opere.

Il Maestro Valentini accanto a due sue opere.

E questo si spiega con il fatto che Giancarlo e Giovanni erano amici. Si deve usare il passato perché il primo, purtroppo, è venuto a mancare un anno e mezzo fa. E Giovanni ha voluto fortemente questa Mostra per ricordare il suo amico e quel legame leale e sincero che li ha uniti per un’intera esistenza. Avrebbe potuto realizzare una personale, Giovanni, ma non l’ha fatto. Non poteva dimenticare Giancarlo. Nell’esporre le opere di entrambi ha voluto che avessero lo stesso rilievo. L’amicizia sincera rende uguali gli uomini e prevale su qualsiasi sentimento di ambizione.

Nello scambiare due parole con Giovanni Valentini abbiamo colto la statura morale di uomo prima che di artista. Nella sua modestia, ci confessa che le sue opere sono il risultato di oltre cinquant’anni di studi e ricerche, sempre attratto dall’astrofisica, che ha studiato anche attraverso osservazioni dirette del cosmo. Lui non lo fa trapelare ma è stato uno dei primi artisti negli anni Sessanta a cogliere in anticipo le novità del concetto di cyberspazio, cioè le valenze rivoluzionarie della virtualità nel nostro mondo, compreso quello onirico e immaginario. La sua tecnica che si avvale di sofisticate elaborazioni digitali è debitrice di questa scelta pionieristica.

I suoi quadri vanno visti lasciando che l’occhio vaghi nell’oscurità pulsante del cosmo in cui sono immersi, che scopra di volta in volta pianeti o ammassi stellari, comete, luminosità opalescenti, e vi si perda, facendo compiere anche a noi lo stesso percorso di annichilimento nell’infinito. Giancarlo Curone, più legato alla terra, ha visto nel paesaggio che lo circonda quella realtà transeunte che l’amico cerca nel cosmo. Un risultato, alla fine, molto simile seppure con approcci e procedimenti diversi e persino opposti. E’ questo uno dei legami ideali che li ha uniti anche come pittori.

Durante la breve presentazione, la vedova di Giancarlo, ricordando il marito, ha letto una toccante poesia di Ezra Pound, intitolata “Lode di Ysolt”, che egli ogni tanto amava rileggere e che inizia con la frase “Invano ho lottato per indurre il mio cuore a piegarsi”. E’ la disperazione gioiosa, lasciateci passare questo ossimoro, di un artista che si accorge che non può fare a meno di esprimere quel che gli “ditta dentro” il cuore e scrivere, nel caso di Ezra Pound, o dipingere, nel caso di Giovanni e Giancarlo. E anche se Giancarlo non potrà più farlo, ci sarà l’amico a ricordare le sue opere che come per ogni vero artista non moriranno mai.

La Mostra “Quando gli astri colorano la terra” resterà aperta fino al 30 giugno all’Art Studio 38 di via Canonica, 38.

Ugo Perugini


Giovanni Valentini tra arte e scienza

L’autore salentino precursore di sviluppi scientifici, tecnologici e cibernetici nell’arte è Giovanni Valentini. Originario di Galatina, come altri suoi illustri concittadini (Gioacchino Toma e Gaetano Martinez), vissuti lontano dalla terra d’origine, vive e lavora a Milano, dopo essersi formato prima a Lecce, poi a Napoli e a Roma. A Milano frequenta personalità di spicco dell’arte internazionale e ha modo di sperimentare e di ricercare nuovi percorsi e di confrontarsi con nuove idee  provenienti da luoghi diversi, ricchi di tradizioni e di particolarità culturali originali. Dall’età di diciassette anni, spinto da una forte curiosità, che lo sorreggerà in tutta la sua ricerca sperimentale, connotandone la personalità artistica, ipotizza e verifica idee, seleziona materiali tra i più disparati ed esplora campi e ambienti vitali di ecosistemi terreni e marini. Egli si occupa di arte e di scienza, tra essenza e apparenza. Ricerca e sperimenta la materia organica e inorganica, greve e inconsistente, reale e virtuale. Analizza il rapporto degli esseri viventi con la natura, indagando nei sistemi biologici e nei suoi cicli, da quello microscopico cellulare a quello macroscopico naturale. Nello stesso modo indaga nell’universo telematico, esplorandolo inizialmente con la tecnologia dei primi calcolatori IBM e successivamente con la cibernetica.

Figura 1 - Cibernetica visiva (1960)

Figura 1 - Cibernetica visiva (1960)

La curiosità lo porta a porsi interrogativi sui misteri della vita dai quali si lascia incantare come Il fanciullino di pascoliana memoria e con stupore ne indaga il meccanismo scientifico e artisticamente ne svela il segreto. Ne sono un esempio le sue opere optcal (cibernetica visiva) degli anni Sessanta nelle quali riproduce, in relazione alla corrente tecnologia, le sequenze percettive in successione ottica (fig.1). L’artista, pur ponendo maggiore attenzione sul metodo pratico-operativo, rigorosamente programmato, tiene conto dell’armonia estetica attraverso cui catturare l’attenzione dello spettatore il quale, mentre contempla l’opera, diviene  parte integrante della stessa nel momento in cui tende a coglierne il senso. Ed è sempre la curiosità intellettiva che spinge Valentini ad essere, come rileva Lea Vergine, “Un inquilino dello sterminato condominio della fantasia… Valentini si è dedicato all’invenzione veridica o verosimile, ma tutta mentale, di qualcosa che esiste non solo perché è sperimentabile, ma perché è materia di suggerimenti, interrogativi, enigmi”. Una realtà da scandagliare quindi, che essenzialmente deve porre quesiti, ai quali l’artista risponde con forme d’arte semplici o complesse, essenziali o elaborate. Valentini in questo è un demiurgo, capace di mutare il valore originario e il significato culturale della materia. Egli crea così nuove opere con nuovi materiali naturali e artificiali, spesso ambientate in spazi reali, vivi, in cui suono e luce, profumi e sensazioni tattili si concentrano nell’opera che autonomamente attira e ingloba chi l’ammira, stimolando stupore e percezioni sensibili nuove e intriganti.

Figura 2 - Armonia Cyborg (1969-1972)

Figura 2 - Armonia Cyborg (1969-1972)

Ne sono un esempio le opere Armonia cyborg (fig. 2) ed Ecosistema cyborg (fig. 3) realizzate con spugna marina, metacristallo, mare.Un insieme di elementi naturali e artificiali ambientati tra cielo e mare. Quasi una testimonianza votiva all’armonia della natura e alla sua energia positiva. “L’artista trasforma le forme della natura in forme culturali: tronchi d’albero come menhir biologici; spugne marine, fossili vegetali, frammenti organici come sculture. Il rapporto fra natura e tecnologia è testimoniato dall’intreccio di forme organiche e nuovi materiali”. Il binomio natura e tecnologia sta ad indicare l’impegno di Valentini nella ricerca di collegamenti tra arte e tecno-scienza. Egli ricerca i contatti e l’applicazione della scienza contemporanea all’arte e viceversa. Egli pensa l’arte come un contenitore d’idee e di creatività, retaggio necessario e fondamentale per raccontare l’universo del futuro. Ne sono una prova le mostre avveniristiche che Valentini tenne a Milano negli anni Settanta. Nel ’71, presso la storica Galleria Apollinaire, presentò una ricerca sul cromatismo vegetale (fisiologia della pianta e della clorofilla).

Figura 1 - Ecosistema Cyborg 3000 (1970)

Figura 2 - Ecosistema Cyborg 3000 (1970)

Ancora nel ’71 il Premio San Fedele la cui giuria giudicò la sua ricerca geniale assegnandogli il primo premio consistente in una mostra organizzata dall’Ente promotore del Premio. Valentini allestì, in collaborazione con l’Università di Pavia, una esposizione di piccoli animali ibernati in azoto liquido, in contenitori a bassa temperatura; nel ‘74 la mostra presso la galleria La Darsena in cui presentò circa quattromila profumi provenienti da ogni parte del mondo.

Contemporaneamente Valentini, con lo stesso metodo operativo, esplora l’universo telematico avvalendosi della nuova tecnologia digitale dapprima con il calcolatore IBM in seguito con il computer, elaborando nuovi studi sulla cibernetica e sull’arte digitale. L’artista quindi sperimenta un’arte nuova che negli anni approfondirà sempre più, avanzando in questo percorso di pari passo con gli sviluppi della tecnologia informatica. I lavori digitali Astrale cyborg 3004, del 1992 e Seriale cyborg 3004 (fig.3), del 1993, presenti a Lecce nel 2007, nel castello Carlo V, in occasione della mostra I Maestri dell’Istituto d’Arte di Lecce (1951-1970), sono simulazioni al computer degli anni Novanta. Si tratta di paesaggi galattici, nebulose astrali, costruiti in giuste scansioni prospettiche, che immergono lo spettatore nel mondo virtuale sconosciuto, ma verosimile perché pensato con l’estro dell’arte e della scienza. I colori, la luce, la rarefazione della sostanza nebulosa, lo sfolgorio cromatico dei corpi celesti introducono in un mondo irreale, ma possibile perché immaginato dalla curiosità dell’autore. Anche per Massimo Guastella “tale produzione evidenzia l’attenzione precorritrice dell’artista all’utilizzo dei nuovi media messi a disposizione della nuova tecnologia, che in questi esemplari gli consentono la creazione di immaginari paesaggi extraplanetari”.

FAstrale Cyborg 3009 (1995)

Astrale Cyborg 3009 (1995)

L’astrofisico Roger Malina parla di “dark universe” informandoci che il 97% dell’energia e della sostanza dell’universo è sconosciuto in quanto non percepito dai nostri sensi e, convinto che arte, scienza e tecnologia non devono essere considerate autonome e separate, ma connesse e interagibili per esplorare mentalmente l’inconoscibile, indica l’arte come un mezzo per “disegnare la scienza del futuro”. Ed ecco che si ravvisa a Giovanni Valentini un ruolo di precursore della realtà sovrasensibile. Con la sua arte lascia presagire, prefigurare quell’universo metafisico che per definizione non può “umanamente” essere conosciuto.

Salvatore Luperto

L. Vergine, Giovanni Valentini, http://www.caldarelli.it/fotografia/valentini.htm (24/08/08)
A. Panareo, Giovanni Valentini, in I Maestri dell’Istituto d’Arte di Lecce(1951-1970), catalogo della mostra (Lecce, Castello Carlo V, (31 Maggio-16 Giugno 2007), a cura di S. Luperto, Lecce, 2007, pp. 154-155.
M. Guastella, Artisti dell’Istituto d’Arte di Lecce dal 1950 al 1966, in I Maestri dell’Istituto d’ Arte di Lecce 1951-1970 cit ,pp. 45.


Dal 1960 ad oggi Giovanni Valentini non si è negato nulla: esplorazioni biosferiche, ecosistemi delle savane, ambienti climatici subacquei, procedimenti di ibernazione, coltura di cellule. Valentini analizza i contenuti di quello che chiama "il ciclo biologico" o "la cibernetica delle cellule"; adopera anche tronchi d'albero, spugne marine, fossili vegetali e mille altre angherie del naturale. Fin da giovanissimo - già nel 1956 - sperimentava alluminio e altri metalli speculari; nel 1971, a Milano, tenne una singolare esposizione alla storica Galleria Apollinaire di Guido Le Noci; nel 1974 sbaragliò ogni audacia a carattere estetico, inventando una mostra sul tema dell'olfatto (4000 aromi naturali!) Valentini è un inquilino dello sterminato condominio della fantasia e, inoltre, frequenta l'infinito spazio mentale della deduzione. Erbe, radici-aggregati di miliardi di cellule-nebulose, galassie, aurore boreali, riferimenti astrali hanno, come dire, un lato speculativo e, allo stesso tempo, una componente allucinatoria, favolistica, teatrale. Valentini si è dedicato all'invenzione veridica o verosimile, ma tutta mentale, di qualcosa che esiste non solo perché è sperimentabile, ma perché è materia di suggerimenti, interrogativi, enigmi. Dunque l'autore si pone quesiti intorno alla complessità del pianeta.

E poco importa se lo spettatore non conosce il processo grazie al quale i pigmenti chimici assorbono la luce o se non è in grado di decifrare una formula chimica; i misteri e le malie dell'Universo non saranno per questo meno seducenti. Valentini, nella sua ricerca, si rivolge a tecniche reali e ci racconta che noi (e il mondo da noi abitato) siamo modelli di complessità organizzata. Dove c'è vita c'è un modello e dove c'è un modello è attuabile la ricerca scientifica. Ma cosa c'entra con l'arte tutto ciò, che rapporto esiste tra forme, colori, volumi, giustapposizioni di prospettive e la ricostruzione di certi tipi di nebulose, per esempio? "L'arte è fatta per turbare, la scienza per rassicurare" diceva il pittore cubista Braque. E' una delle tante possibile definizioni dei complessi rapporti tra arte e scienza.

Artisti e scienziati, nel nostro secolo, si sono spinti entrambi al di là del visibile, verso le grandi strutture dell'Essere, per esempio quelle dell'atomo nella fisica, o la struttura nascosta degli oggetti nel Cubismo. L'Arte del Novecento trasferisce l'evento estetico in quello conoscitivo e su questo terreno individua trame e organizzazioni intrinseche che si assomigliano straordinariamente. Valentini imbraca l'universo intero nelle maglie di calcoli pedanti, e fantastico è il risultato. Da un lato c'è il procedimento accurato, la regola scientifica e dall'altro il vedere che tutto, dagli astri agli uomini, gli animali, le piante, fa parte di un piano senza fine, un progetto quasi sacro che è eterno e immutabile.

Lea Vergine


GIOVANNI VALENTINI
L'hortus del Cosmo e la stessa Natura (anche del nostro "Dopo")

Il campionario di modalità per avvicinarsi più esattamente all'arte dei suoi anni, Giovanni Valentini lo ha affrontato sempre in maniera anomala, assai distante da ogni genere di espressione relativo alla "figura" e attraverso una "creatività" tutta versata in una parabola disposta alla novità,all'aggiornamento dell'esperienza comportamentale, malgrado le ambivalenze delle medesime tendenze dominanti, e in più corpi, in più luoghi e in cerca di miglior respiro. Così i problemi si sono spostati verso le riflessioni sul Tempo e sullo Spazio, verso il profondo universo e l'ecologia della memoria, il destino umano e le sensazioni che l'attraversano nella contemporaneità e nel possibile dopostoria.

Giovanni Valentini, nella sua privatissima e speculare attività di esecutore d'opere d'arte, non ha dimenticato la favola della vita dipinta, ma non si è mai fermato in una delle infinite ed immobili oasi e definizioni di essa. Proprio perché ha puntualmente inseguito le interrogazioni del suo ruolo culturale piuttosto che adeguarsi alla comune vicenda degli epigoni, i quali ripetono sine fine il piacere della consueta immanenza colorata, disegnata, riproposta per schemi del risaputo, secondo gli stessi criteri del fare ameno e utile o remoto, l'artista di ricerca non si accontenta del passivo godimento di ciò che è stato fatto, ma inalvea nuove ipotesi di concentrazione dei suoi pensieri, della stessa manualità e dei loro conflitti antropocentrici e visivi.

Quali studi e quali prove e riprove Valentini non si è concesso, anzi imposto, per tutto questo svolgimento di mobilità scientifiche,di duttilità cosmiche e naturalistiche? Infatti, egli ogni volta ricompare nelle sue mostre con nuovi oggetti (ed istanze) fenomenologici, con situazioni di pura ricognizione pragmatica e spirituale, nell'idea di unità permanente su una regola consustanziale alla simbolizzazione dell'intelligenza. Un tempo ha subito il fascino dei profumi multipli e ne ha offerto le possibilità di familiarizzazione, e in ogni epoca è tornato con la sua proposta di sorpresa del lavoro sperimentale, mai con una corsa alla "bella parvenza" e tanto meno agli adattamenti di motivi presi a prestito dalle frustrazioni dell'artista post-moderno.

Infatti Valentini invita a prendere contatto con le cifre, le formule chimiche, le informazioni matematiche come progetto artistico, con i dati della sopravvivenza del mondo, senza ripetersi, coinvolgendo il sistema della scienza e con il ritmo serrato delle sue realtà. Sebbene egli resti legato ai confini della propria terra, non cerca mai il palcoscenico per meglio imporre l'iconografia dolorosa delle sue manifestazioni, che l'angoscia gli suggerisce, ma un conseguente equilibrio di dati, di indagini, di contesti dei quali è necessario preoccuparsi. L'immagine rappresentata ha sempre i suoi motivi fondamentali non soltanto come linguaggio - altro dall'arte tradizionale, bensì di come nascondere la stupidità di coloro che s'incantano di un ritratto, di un paesaggio, di un magma, per raggiungere un' estasi e bearsi patologicamente. L'arte è un campo di ravvisamenti (se non di soluzioni ) degli incubi, a cui l'esperienza non può sottrarsi, e non è il buon elemento per la favola di uno o più istanti di pseudosognante felicità e, comunque, annuncio aperto per l'incantamento in quel giardino d'infanzia che è una struttura poeticistica e umorale!

Su tali incontri ed esiti la comunicabilità si propone senz'altro difficile o rischiosa, ed ecco la serie di didascalie (e di titoli) che guida il lettore della sua opera, perché ciò che egli presenta è dimostrativo, non abita le descrizioni a cui allude. C'è chi si chiede cosa lo distingue dal post-dadaismo, e cosa dalla land art, cosa ancora dalla determinazione installativa, dalle varie riassunzioni pop o determinate dalle valenze post-Duchamp e, forse dello stesso patriarca teutonico Joseph Beuys. Ma non è semplice una sicura risposta,se mai c'è in comune una vicenda combattiva contro i miti organizzati dal dislocamento di linguaggi spuri e falsi che ancora chiamiamo l'Arte arte, e l'elaborazione estetica che invece si impone virtuale o in identità metaforica, mentre qui, nelle opere recentissime, quelle del 1994, egli non fiancheggia alcuno slogan, né a come correlativo oggettivo l'impegno assoluto di configurare la transizione.

Giovanni Valentini nell'a-periodico cerimoniale rarefà la rilevazione dei suoi esiti attraverso l'esperienza del video, del computer, rintraccia la Natura obliata nelle regioni in cui essa è ritratta come fossile, in sincronia con la sollecitazione dei suoi incubi temporali e spaziali, e su idioma audace: foglie naturali, corrispettivi disegnati di albero, approssimazioni proiettive in cui il disegno compare come schema di ombreggiatura e non come intero garbo artigianale e compositivo. Non si tratta di un anti-arte in senso tecnico o come egli e noi l'abbiamo ereditata o vista scomparire per alternativo choc, ma una connotazione meditativa che ne dispone una dialettica attuale, affidata peraltro al futuribile da cui si legge la ignominiosa o fredda metastasi. Un procedimento legittimo, una corporeità programmata, non eclatante, perché l'artista è discreto, distante da conflitti opportunistici e dal potere culturale del suo tempo; a-conformista che si affida ad una spettacolarità marginale, forse indeterminata e indecisa, colta da puri di spirito, anziché da coloro che potrebbero arricchire la polemica diretta e colta di tale raggiro espressionistico, anzi scientifico, ma senza ambiguità o stato d'ingenua forza.

Un viaggio autonomo e duro ma elemento di vita personale, smaterializzato da vantaggi di mercato, e in elaborazioni senza impiego esterno per la continuità. Codesto isolamento amareggia l'Autore totale, la posizione impervia, la sensibilità che l'attraversa, che potrebbe sembrare spontanea e naìve, però si tratta indubbiamente di un caso invidiabile nella cultura meneghina e nazionale, che invece va colto non fino all'ultimo sguardo, perché lo sguardo non basta in tali organizzazioni della materia e della fantasia storica, ma con un avvicinarsi adesso nella volontà di più sapere, di una conoscenza d'altro, sorpassando il dialogo di conferire alla condizione bizzarra di questo esprimersi, una convezione estetica per una esoterica, interessata a rinnovare la corrente a cui si colloca, e che aumenta la razionalità di ciò che vede e che legge in un processo di idee, oltre che di effetti emozionali quando si serve anche della teoria per definirsi adeguatamente. E Giovanni Valentini ripropone questo invito onde partecipare al mondo in cui vive, alla soglia di una verità collettiva, che dovrà prima o poi estendersi e rinnovarsi per lo stesso rigore con cui l'affronta. I suoi sforzi sono corroboranti per quella fondamentalità superata, consistente nella passione del lirismo e di quell'altra relativa alla dubbia mercificazione come ipotetica fonte di valore, e per ciò che utilizza di diverso.

Milano, 1994 - Domenico Cara


Giovanni Valentini – Cyber Spazio Tempo

Giovanni Valentini ha percorso i principali momenti di avanguardia internazionale dal 1960 sino ad oggi. E' il primo artista in assoluto che ha usato il termine cyborg, nei primi anni Cinquanta, appena coniato da due scienziati americani, un ingegnere e un medico. Tale termine permane poco utilizzato per qualche decennio. Valentini viceversa adotta immediatamente queste parole, in tutte le sue ricerche. Solo in tempi recenti troviamo i termini cyberspazio e cyber tempo nelle ricerche più avanzate, nella cybernetics e nell'informatica avanzata. Essi sono i discendenti di cyborg.

La verità è apparenza

Dalle spugne marine ai tronchi d’albero
Il mio vecchio amico Giovanni Valentini
Sta attuando la rivoluzione della sua
Propria verità.
Le sue sculture non sono belle, ma sono vere,
cioè più vere di natura.
L’artista ha saputo intuire questa rivoluzione
Del gusto inerente alla sensibilità post-moderna:
di fronte alla natura artificiale
l’arte non è più rappresentazione ma presentazione,
la verità non è più evidenza ma apparenza.
Le opere di Giovanni Valentini illustrano
Le verità delle loro apparenze.

Parigi, Febbraio 1991 - Pierre Restany


Miriamo a dare una testimonianza di Ceccato sul nostro lavoro. Spesso passeggiavamo con lui nelle ore serali e talvolta notturne per Milano ragionando a 360 gradi. In occasione della nostra mostra sull'Olfatto egli era rimasto visibilmente impressionato e ne parlammo toccando molteplici aspetti del sapere. Spaziammo dalla Cibernetica, alla Percezione, alle Scienze Umane, all'Antropologia alla Fisiologia dell'Olfatto, ai nessi con l'Arte, ecc. ecc. Era un piacere dello spirito parlare con lui sull'avanguardia del sapere, incomprensibile ai più, si stemperava in mille sottigliezze che appagavano i nostri spiriti. Molte cose che ci dicemmo in quel lontano 1974 sono rimaste ancora avanguardia e lo saranno ancora per moltissimi decenni o secoli. In occasione della nostra Mostra sul Tarantismo tenutasi allo Studio D'Ars di Milano nel 1981 egli presenziò la serata con geniale conduzione.

Si proiettavano filmati cinematografici da 16mm, filmati televisivi di ¾ di pollice Sony, vasta esposizione di foto sul fenomeno "Tarantati". Presenti inoltre molti scritti teorici ed un libro. Molte cose erano state postulate da noi vent'anni prima. Il tarantato, cioè l'uomo morso dal ragno velenoso, l'avevamo studiato ampiamente, anche alla luce della letteratura diacronica. Il fenomeno si stava estinguendo e cadendo nel dimenticatoio, noi miravamo a riportarlo a galla e studiarlo. Oggi per uno strano fenomeno storico, il Tarantismo sta ritornando "di moda", cioè nel Salento è ritornato quasi popolare, ma si è trasformato in un fenomeno mediatico e sta perdendo la sua profondità antropologica e etnologica.

Ceccato, ad un certo punto della serata, guardando il folto pubblico intervenuto, dall'alto dei suoi uno e novanta, parlò. "Il rito coreutico – musicale- cromatico del tarantato, andava visto sotto il suo aspetto terapeutico e guaritore". Sbagliata quindi la superstiziosa credenza moderna che riduceva il tutto ad un fenomeno folcloristico. Ceccato, per far capire il fenomeno, fece una similitudine con un potenziale  assassino, il quale se prima di uccidere stesse ad una festa e ballasse varie volte desisterebbe dal terribile proposito omicida.

Silvio Ceccato


Vibrazioni cosmiche e fascinazioni terrestri

Di che cosa è fatto il mondo? di che cosa siamo fatti noi e le cose e quello che non vediamo o a cui non abbiamo accesso: è questa la domanda che risuona in tutta la ricerca di Giovanni Valentini relativa alla materia e al cosmo, a come si connettono la legge della gravitazione universale, la quantistica, la relatività. Domande che sembrano far riferimento alla teoria delle stringhe che non modellizza le particelle elementari come se fossero dei punti a-dimensionali, ma come elementi uni-dimensionali dotati di vibrazioni, i cui differenti modi, relativi allo spazio in cui sono posizionati, danno luogo al processo costitutivo dell’universo.

E’ allora allo stato ancestrale dell’universo e della terra che vuol riportarci il lavoro che Giovanni Valentini dedica da anni alla musica delle stelle. E’ questa musica, infatti, che l’opera di Valentini vuole farci ascoltare e vedere, mettendo in relazione i movimenti e le espansioni dei corpi celesti, i flussi di materia, che è energia in cui si originano e si sviluppano i mondi, che quindi dà avvio al mondo delle cose e a quello della vita. E lo ha fatto traducendo in note musicali le onde elettromagnetiche, che giungono dallo spazio, e in simulazioni informatiche relative al formarsi della materia, delle costellazioni, delle stelle, dei pianeti con i loro satelliti, così da restituire all’universo la sua voce, il suo ritmo interiore, la sua temporalità. E ritrovare la qualità sonora dell’universo, presente nei miti e negli immaginari delle culture antiche e “altre”. E allora l’universo ci appare (o ci illude) come costituito da proporzioni armoniche, come “vivente che danza con leggi musicali” (Marsilio Ficino).

Quella che Valentini ci presenta è, infatti, un’opera multimediale, di videoarte, una narrazione che intreccia arte e scienza attraverso immagini, suoni, simboli, nell’idea che nell’arte-scienza è possibile trovare il senso del mondo. Valentini compie un viaggio in piena libertà visiva, musicale, poetica alle origini della materia e del mondo, ai modi in cui le particelle acquisiscono massa e interagiscono fra loro dando luogo all’universo così come lo conosciamo: in cui prendono avvio gli ordini del cielo e i mondi, le piante e gli animali, le macchine e le tecnologie, che a loro volta sono metafore e promesse di mondi possibili. Sono immagini del cosmo, di un cosmo vivo in cui rintracciare l’“arché” o il principio che presiede a tutte le cose.

Il montaggio, infatti, costruisce l’opera in una concatenazione delle immagini articolata in un gioco di rimandi, di assonanze, di slittamenti di piani e sensi. E’ il ruolo che svolge la figura circolare che trasla dall’iniziale e persistente forma astrale alle particelle per poi per trasformarsi nelle cose del mondo. Inoltre il montaggio opera all’interno dello spazio-immagine, in una visione che ne esalta la natura pluristratificata, che riconduce all’accumulo a più strati di senso. Non c’è più la struttura lineare del racconto del moderno, ma la proliferazione inesausta, per contaminazioni, richiami, assonanze, in cui non c’è un verso, una direzione, o un prima e un poi, ma il gioco delle associazioni e delle assonanze. C’è un operare sulle immagini e con le immagini in vista di altri effetti e risultati che non sono quelli narrativi di ciò che c’è, ma della creazione di altri ordini possibili, in un viaggio di suoni e di armonie. Per questo prevale la dimensione simbolica in cui i simboli astrali coesistono con quelli dell’arte metafisica e con quella del cyborg e delle nuove tecnologie, cosicché i piani si contaminano in una continua crescita immaginativa il cui senso è quello del cielo e della terra e della vita che alimenta il canto e la musica che ci porta fuori da noi stessi a danzare con il cosmo.

Del resto il suono in molti testi sacri è l’origine al mondo in Oriente come in Occidente. Lo racconta ancora la via dei canti degli aborigeni australiani. Il Walkabout, il “camminare sopra o circa", la storia del tempo del sogno in cui gli antenati mitici (gli esseri del sogno) cantarono le montagne, le valli, le dune.. avvolgendo il mondo intero in una rete di canti, prima di tornare nei pozzi ancestrali che li avevano generati.

Lo dicevano già i Pitagorici per i quali la musica e quindi i rapporti tra i suoni, sono l’espressione tangibile della natura matematica dell’armonia universale, che quindi è astratta e non coincide necessariamente con ciò che intendiamo in senso corrente con musica. Cosicché non è solo quella prodotta dagli strumenti, ma è anche lo studio degli intervalli e la musica prodotta dagli astri che ruotano nel cosmo secondo leggi numeriche e proporzioni armoniche. E per Platone la musica più bella è proprio quella delle sfere, che non udiamo con gli orecchi ma solo con la mente. Un’idea che influenzerà tutto l’Occidente, cosicché la ritroviamo nel medioevo, nella musica e nelle pietre che cantano, nel rinascimento, nel romanticismo per il quale la musica è la più alta delle arti ad esprimere il sentimento stesso, e, nel presente, è nella musica seriale, che pensa la musica come un universo in continua espansione senza centro gravitazionale, e nella musica elettronica che si appropria della struttura stessa del suono, quale sua emanazione, il cui cuore è la struttura numerica.

A sua volta, Valentini, con atteggiamento caratteristico dell’avanguardia, accosta la grammatica della musica e la grammatica della struttura della materia; cerca le corrispondenze tra onde elettromagnetiche e fattori fisici che presiedono all’organizzazione delle forme. E accompagna l’opera multimediale con fossili e pelli di animali della sua ricerca in Africa per avviare a un altro modo di sondare le corrispondenze tra l’animato e l’inanimato da ricercarsi nella struttura profonda della materia: vuole mettere in questione la distinzione tra il vivo e l’inerte, tra l’organico e l’inorganico, il mentale e il corporeo a cogliere l’intelligenza della materia.

Arte e scienza è questione antica e sempre nuova tanto nella loro contrapposizione che in quella delle loro relazioni. Con l’avvento delle nuove tecnologie, quindi almeno dagli anni Settanta, è dal seno stesso delle scienze e delle tecniche che sono scaturite nuove modalità di esplorazione e costruzione degli oggetti estetici. E Valentini è stato tra i primi ad operare sulla struttura della materia con esperimenti sulla sensibilità delle piante, sulle cellule, esplorando corrispondenze e universi paralleli, e anche nell’utilizzazione della video-arte. Ipertesti e mondi virtuali fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano. Le nuove tecnologie hanno mutato il modo di pensare e fare arte e di comunicarla. Hanno aperto non solo a nuove grammatiche iconico-sonore-sensoriali, ma a nuovi mondi, mettendo in moto una dinamica di continue trasformazioni e mutando la stessa ricerca espressiva. Nell’estetica di un’arte-scienza è centrale il discorso tra uomo e tecnologie; e ciò rende le tecnologie la materia prima dell’attività artistica: che si tratti del farsi dell’opera per azione della macchina stessa; o si tratti delle formule o degli algoritmi, portando alle estreme conseguenze l’artificio tecnologico; o si tratti dell’uso delle infinite possibilità di manipolazione che le nuove e le biotecnologie mettono a disposizione aprendo quesiti sull’artificialità e rendendo possibile la creazione di creature transgeniche e la manipolazione del Dna come avviene nella bioart e con le biotecnologie, aprendo a nuovi territori di esplorazione.

Quel che più conta è però che l’artista coglie la valenza immaginativa della scienza così come opera con le tecnologie dando loro un senso diverso dalla finalità tecnica, quello problematico di un cominciamento, di un’interpretazione metaforica, capace di mettere in atto le loro potenzialità linguistiche, estetiche, espressive per farne un gioco artistico perché nell’arte la tecnica non è, come diceva Focillon, un mero strumento, ma un processo in cui si innesca la ricerca espressiva.

Eleonora Fiorani

Eleonora Fiorani (filosofa della scienza – antropologa – epistemologa) dell’Università Statale di Milano. Testo scritto in occasione della personale di Giovanni Valentini alla Galleria dieci.due! Milano, novembre 2012


Arte e scienza
di Giovanni Valentini

Giovanni Valentini ha percorso i principali momenti di avanguardia internazionale dal 1960 ad oggi, tuttavia per parlare di questo artista è utile fare un balzo direttamente nel presente, per raccontare il futuro già insito diversi decenni fa nelle sue riflessioni artistiche. Valentini è un artista che introduce in anni insospettabili pratiche che oggi andrebbero sotto il nome di nano arte, in opere come ad esempio Cristalli, stomi e cellule epidermali di stilo, o di bioarte, con lavori in cui vengono proposti al pubblico delle gallerie milanesi (1976) colture di cellule in vitro o esperimenti che impongono riflessioni sulle frontiere della scienza. Anche le collaborazioni con istituti di ricerca e università, rappresentano un modus operandi che anticipa quanto oggi accade soprattutto all’estero e che viene considerato avanguardia del ventunesimo secolo.

Alla biologia e agli studi sulla materia organica, Valentini associa l’interesse per la telematica, l’informatica, la cibernetica e l’astronomia. Un fascino quello per la scienza e soprattutto per l’immaginario conseguente alla diffusione del concetto di Cyborg, che trova radici nelle prime avanguardie del novecento per poi diffondersi insieme alla nascita del termine, in modo capillare per tutta la seconda metà del secolo, alimentando teorie in campo filosofico, fanta-scientifico e artistico. Ed è qui che tra i pionieri assoluti troviamo proprio Valentini con la sua avanguardia personalissima capace di anticipare soluzioni poetiche e questioni centrali dell’arte contemporanea: l’arte della rappresentazione che viene soppiantata nella sensibilità post-moderna, come scrisse Pierre Restany, dall’arte della presentazione, non più oggetti che simulano il reale, ma processi che conducono attraverso approcci interdisciplinari all’esperienza di fenomeni relazionali tra l’universo e tutti i suoi elementi. Nelle sue numerose esposizioni in Italia e all’estero, Giovanni Valentini intraprende già da giovanissimo un percorso in cui l’arte diviene microscopio e telescopio per svelare le innumerevoli sfaccettature della materia, della complessità della vita e delle sue forme, ridimensionando in una nuova chiave umanistica la centralità dell’essere umano, in questo senso anche il linguaggio informatico, strumento freddo e matematico per la trasduzione del reale nel virtuale, viene utilizzato per la realizzazione di immagini che evocano nella chiave del verosimile l’affascinante scenario delle stelle, dei pianeti e dei fenomeni astronomici. Originario di Galatina, Valentini vive e lavora a Milano.

Martina Coletti

Tratto dalla rivista D’ARS N.202 giugno 2010


Arte Biologica negli anni cinquanta-sessanta-settanta

Giovanni Valentini accanto al radar ed altre apparecchiature elettroniche accessorie. Il radar funziona ad onda continua secondo l'effetto Doppler e registra in forma audio-visiva la presenza e la contrazione spaziale dei corpi in movimento nello spazio. (Galleria san Fedele, 1971)

All’inizio degli anni sessanta ed anche prima, Giovanni Valentini lavorava intorno ad una macchina a vibrazioni elettromeccaniche, al servizio della biotecnologia.

In quel periodo Valentini, in collaborazione con l’ingegner Dore Benelli (figlio del famoso poeta, scrittore e drammaturgo SEM BENELLI, autore, tra l'altro, della celeberrima opera "La cena delle Beffe")ed altri tecnici, pagati dall’artista stesso, lavorava intorno ad una grande pedana vibrante, quale prototipo modulare per un pavimento auto vibrante.

Nel 1966 lo stesso Valentini invitò l’amico Gianni Colombo a salire su questa particolare macchina, il quale esclamò: “Che bello!!”, dove in quell’esclamazione c’era uno dei quattro fondatori dell’arte cinetica, che si meravigliava per una sorpresa che andava al di là dell’arte cinetica stessa e di qualsiasi esperimento visivo, nel senso che si trattava di un’esperienza diversa.

L’esclamazione di Gianni Colombo fece felice Valentini: era la verifica con uno dei pochissimi uomini d’arte di quegli anni, dotato della lucidità necessaria per intuire il diverso (Galleria Rizzato - Whithwort - Diagramma di Milano, diretta da Luciano Inga Pin).

Persino lo stesso Roberto Sanesi, poeta e storico, era rimasto turbato e silenzioso per quell’esperimento ed anche Bruno Munari era rimasto molto sorpreso. Era l’inizio di un percorso che portava Valentini a operare, quasi fosse allievo di un medico chirurgo, direttamente nella biologia e nell’organismo umano.

Il processo era tutt’altro che casuale, escludendo qualsiasi forma artistica visiva preesistente, per entrare in un territorio nuovo e diverso dell’ingegneria genetica, della nascente bionica e dell’organismo robotizzato.

Dopo la macchina a vibrazioni elettroniche ed elettromeccaniche del 1964/66/67 presentata alla galleria Rizzato-Witworth, Valentini progettò una seconda macchina sempre a vibrazioni elettroniche ed elettromeccaniche, consistente in parallelepipedi schiacciati e modulari per una pavimento intero autovibrante a variazioni vibrazionali.

Lo assiste ancora nell’impresa l’ingegnere Dore Benelli e altri tecnici. Questa seconda macchina modulare prosegue nella sua realizzazione e sempre l’amico Gianni Colombo è uno dei primi a provarla con giudizi estremamente positivi. Viene presentata, tra l’altro, nello studio di Valentini sempre nel 1967/68.

Valentini aveva richiesto e avuto la collaborazione di medici dell’università di Pavia, di biologi, di ingegneri, ecc.

Quel cammino umile e solitario lo portò poi verso i procedimenti innovativi dell’ibernazione, presentata nel 1971, nella personale – premio San Fedele alla galleria San Fedele di Milano e nella galleria Apollinaire di Milano.

Il tema complesso dell’ibernare era affrontato, a largo spettro, con tessuti umani ibernati, con piccoli animali ibernati, ecc., posti in congelatori ad azoto liquido a -270°C. Il tutto si sperava portasse verso la futura ibernazione dell’uomo.

Lo stesso Giulio Carlo Argan era visibilmente interessato e sorpreso per questo argomento.

Inutile dire che se, poi, nei decenni successivi, non si è realizzata la totale ibernazione dell’uomo, ciò è dovuto a diverse cause.

Una delle tante è che occorre un’alta tecno-scienza, da cui siamo lontani oggi. Un’altra causa è che occorrono complesse strutture socio-umane e tecniche che matureranno probabilmente tra un secolo o più, per realizzare compiutamente le complesse ricerche in collaborazione tra varie università internazionali ed istituti di ricerca.

Un’auspicabile, anche se parziale, pace internazionale potrà far rifiorire la ricerca multipla tra i diversi settori di un’Arte-Scienza e di una spinta del sapere verso un’alta ricerca internazionale.


Cyborg e il mondo vegetale, 1969 - Musica delle stelle [titolo preciso del lavoro esposto], 2012.

Nel 1969 Giovanni Valentini espone alla Galleria de Il Giorno di Milano vari esempi di vegetali in germinazione, insieme a microscopi e lenti d'ingrandimento per osservarne il processo. Quarant'anni dopo, nel novembre 2012, nella Galleria Dieci.due risuona la sua "musica delle stelle", originale esito della decodificazione in note musicali delle onde elettromagnetiche provocate dai corpi celesti. Il cammino professionale seguito da Valentini in oltre cinquant'anni di attività, su un palcoscenico affollato e selettivo come quello milanese del secondo dopoguerra, lascia stupefatti ancora oggi, quando l'arte e gli artisti sembrano averci assuefatto a ogni genere di sperimentazione.

Il suo è sempre stato un linguaggio diretto, scaturito da colte passioni, elaborato attraverso riflessioni individuali e fecondi scambi intellettuali, infine articolato mediante la presentazione immediata delle cose. Le cronache artistiche degli anni Sessanta registrano puntuali le prime uscite del giovane artista, approdato a Milano dal Sud poco meno che ventenne e immediatamente stimolato dalla lezione spazialista e dalle ricerche programmatiche e cinetiche, come testimoniano le sue costanti investigazioni in area scientifico-tecnologica.

Quasi parallelamente, e con il medesimo rigore, Valentini propone una serie d'indagini orbitanti nell'area degli studi botanici, etnografici e antropologici, frutto dell'inestirpabile radicamento nel territorio salentino delle sue origini e sviluppate in coerente sintonia con le tendenze neoavanguardistiche europee e internazionali. Nei decenni a venire, l'artista continua ad approfondire quei suoi primi interessi di matrice scientifica, mantenendosi sempre al passo con l'inarrestabile avanzamento delle tecnologie e approdando a coraggiose incursioni negli ambiti dell'ingegneria nucleare, dell'astrofisica, della cibernetica e della biologia.

Fra le pratiche artistiche messe in atto da Valentini e riconoscibili a posteriori come pionieristiche, basterebbe citare il ricorso al termine "cyborg", l'uso del radar doppler o del microscopio elettronico, l'installazione in galleria di una macchina ad azoto liquido in grado di ibernare frammenti di tessuto umano e infine un singolare studio della terapia esorcistica per il tarantismo.

L'intera ricerca di Valentini si è sviluppata nel segno dell'alleanza tra natura e scienza, dell'unione dell'elemento tecnologico con lo spirito primitivo. E' una sintesi che dallo stadio progettuale passa ad impregnare le singole opere, i materiali che le compongono e perfino gli allestimenti delle personali, dove spesso una sofisticata multimedialità convive con la nuda presenza di fossili e di pelli di animali, riportati dai frequenti viaggi in Africa. Nessuna meraviglia quindi se il lavoro dell'artista si è presto avventurato nel cosmo, rinsaldando così l'analisi della cellula al microscopio con l'esplorazione dell'universo mediante il telescopio.

Il passaggio dal laboratorio alla natura, che si rinnova costantemente nel percorso di Valentini, è esemplificato da azioni di carattere "ecologico" quali Appropriazione di un canneto (1977-1978), in cui alcune canne vengono rimosse, colorate e ricollocate al proprio posto, Menhir biologico cyborg anno 3002 d. C., in cui l'artista apporta lievi modifiche a un tronco d'ulivo danneggiato, tentando un poetico recupero della sua naturalità, o ancora negli interventi scultorei in pietra leccese eseguiti a Martano, sempre al fine di trovare un'osmosi tra natura e architettura.

A un primo sguardo, questo spirito riparatore e protettivo verso la natura potrebbe far pensare a noti interventi di provenienza poverista e processuale, all'epoca al centro della ribalta internazionale. In realtà, al di là di sottili questioni cronologiche esulanti da questo scritto, esso diviene la premessa fondante di un analogo modus operandi di Valentini. Un modus operandi applicato poi dall'artista, su varia scala, anche agli aspetti più immateriali e invisibili del cosmo, trovando in questo caso, purtroppo, pochissimi interlocutori disposti ad ascoltarlo, ma proseguendo imperterrito nel solco dei propri studi.

Potremmo dire che animali, vegetali e minerali insorgono anche nel mondo dell'arte di Valentini, ma ponendosi qui da subito quali oggetti di un'indagine scientifica (tra le numerose micrografie elettroniche a scansione, resta esemplare Cristalli, stomi e cellule epidermali di stilo) e dando spesso origine a costruzioni e ambienti coinvolgenti i cinque sensi, pur se alieni da intenti spettacolari. A garanzia di un alto livello di scientificità di tale instancabile sperimentalismo, anche nelle sue derive di carattere più appariscente e relazionale, si erge infatti la collaborazione dell'artista salentino con istituti universitari e centri di ricerca, insieme alla sua amicizia con scienziati, biologi ed esperti di discipline in apparenza lontane da quelle artistiche.

Modalità operative che Valentini ha sempre perseguito intuitivamente e talora rabdomanticamente, e che verso fine millennio si sarebbero imposte con forza crescente e strutturate metodologie, per poi divenire, soprattutto oggi, uno dei più interessanti indirizzi di ricerca delle ultime generazioni. Valentini ha sempre riconosciuto le difficoltà di proporre avanguardia, o anche solo di muoversi controcorrente, tanto nel Salento quanto a Milano, sia all'epoca di personalità illuminate come Guido Le Noci e Luciano Inga-Pin, sia oggi, nel 2013. Eppure, insieme a pochi altri artisti coraggiosi, allora come oggi egli vince ogni resistenza, si libera dalle preoccupazioni di riconoscibilità imposte dal sistema e lavora con il gusto di affrontare nuove sfide e di cercare soluzioni non scontate.

Sara Fontana


Giovanni Valentini

di Ilderosa Laudisa

Nasce a Galatina nel 1939; compie i suoi studi tra Galatina e Lecce (successivamente Napoli e Milano) dove manifesta precocemente un'attenzione per la ricerca sperimentale sul piano sia del linguaggio sia dei materiali. Dopo la sua prima personale a Lecce del '60 e poi quelle di Roma ('61 e '64), inizia il suo rapporto con la cultura milanese. La scelta di vivere e lavorare a Milano deriva proprio dal particolarissimo ruolo che la città svolge fino agli inizi degli anni '80 nel campo delle cosiddette avanguardie, tanto da diventare uno dei più importanti centri europei della ricerca contemporanea. L'attenzione di Valentini per la natura è costante e, anche nell'arco della sua ormai trentennale attività si va manifestando in modi sempre nuovi, presenta uno sviluppo organico. Natura, arte e scienza vivono inscindibilmente nelle opere di Valentini, in quanto momenti ed aspetti di una medesima realtà. Lo stesso processo conoscitivo innesca una serie di rapporti e riletture del dato naturale, da cui si generano non solo nuovi approcci con la natura, ma anche con il fare artistico. Dai 4000 aromi naturali, che, proposti nel '74 a Milano, suscitano una vasta eco nel mondo culturale internazionale, l'artista continua ancora a scrutare il mondo; da qui nasce un continuo intrecciarsi di percezioni, cognizioni, scoperta ed invenzione di relazioni alla base della sua creatività. Nelle opere di Giovanni Valentini connotate da una delicatissima e quasi rarefatta poesia, l'elemento naturale, viene spesso coniugato con quello artificiale.

tratto dal periodico Il Diogene – Conte Editore – Lecce, maggio 1994


Giovanni Valentini

di Francesco Aprile

“La prova della poesia” è il titolo di un intervento critico che nel 1983 Franco Gelli dedicava, fra gli altri, a Giovanni Valentini. In questo senso, l’operazione di Valentini è senza dubbio una di quelle esperienze pugliesi che maggiormente hanno saputo mettere a dura prova la poesia, saggiandone il senso del limite e costruendo la propria sintassi poetica sull’attraversamento della soglia. Valentini, nato a Galatina, in provincia di Lecce, nel 1939, ha attraversato diverse esperienze artistiche e culturali, innestando un discorso capace di costruirsi a partire dalla confluenza di matrici eterogenee, provenienti da campi a volte estremi per lontananza, dunque, per tipologia. Sin da ragazzo mostra profondo interesse per le evoluzioni della tecnica, della scienza, così che nella sua prassi artistica saprà costruire scenari futuribili di progettazione delle poetiche. L’interesse per le scienze lo porta ad approcciarsi a campi diversissimi fra loro, costruendo una articolata rete di scambio interdisciplinare. Dallo studio della comunicazione alle evoluzioni informatiche, dalla biologia alla fisica e all’astrofisica, lo sguardo di Valentini innesta queste dinamiche sui tracciati della poesia e delle arti visive.

Completati gli studi d’arte a Lecce, a partire dagli anni ’60 è prima a Napoli, poi a Milano, presso l’Accademia di Belle Arti. Già dal ’59 la rete di rapporti che l’autore intrattiene mostra come lo sviluppo della poetica abbia matrici plurivoche; proprio in quell’anno conosce e intrattiene rapporti con Lucio Fontana e da lì Gianni Colombo, il filosofo e linguista Silvio Ceccato, il critico e poeta Roberto Sanesi, Bruno Munari, Domenico Cara, ai quali si aggiungeranno, successivamente, Pierre Restany, Luciano Inga, Giulio Carlo Argan ecc. Nel corso della sua attività ha avuto modo di collaborare con diversi istituti e università, fra questi l’Università di Pavia, nelle figure dei docenti Marco Fraccaro (facoltà di biologia) e il professor Cifferri (facoltà di agraria), e di diplomarsi come programmatore informatico presso l’EMIT di Milano, conseguendo anche il diploma di Computer Graphic. Inoltre aderisce al movimento di Arte Genetica fondato nel 1976 da Francesco Saverio Dòdaro. La sua ricerca mette in relazione poesia, luoghi, storia e innovazioni scientifiche. In un testo intitolato “Quando il sole di Puglia”, scrive che «La Biologia dell’ambiente si colora qui, / più che altrove, di millenarie sfumature / gli animi si accendono di irrazionali dialoghi con la terra, / con fantasmi di millenni di storia».

Il tema storico è sviluppato attraverso le trame compositive della natura elaborate sul piano biologico. L’opera “Cristalli, stomi e cellule epidermali di stilo”, del 1978, ad esempio, si connota per la coltura di cellule in vitro. Lo sguardo sulla scienza è per Valentini sempre sguardo sul mondo, laddove l’approccio all’opera attraverso l’uso di algoritmi si mostra come costruzione di un futuro utopico e creativo, un universo artistico autonomo dove l’intervento dell’artista/poeta, lungo le direttrici dell’arte cibernetica, si ritrae in un massimo di lontananza dall’opera e dal suo processo, ma anche dall’estetica che risulta violata perché ignorata nel processo tecnico e nei suoi esiti. Valentini si situa nel nutrito numero di artisti che dagli anni ’60 indagano nuovi scenari artistici sancendo un legame profondo fra l’attività creativa e l’uso delle nuove tecnologie. Il ricorso agli algoritmi ed alla computer graphic al fine di ricreare scenari spaziali, prospettive siderali profonde, stellari, mostra il grado utopico dell’operazione di Valentini che vede nell’evoluzione della scienza un percorso di rivoluzione esistenziale. A questo proposito sono i neri abissali delle sue dimensioni spaziali punteggiate da stelle a costruire un immaginario esistenziale fatto di profondità sempre rinviate, in quanto spinte sempre oltre dalle continue scoperte. Dall’altro lato della prospettiva c’è la dimensione organica della terra, lo sguardo sul mondo vivisezionato dal punto di vista biologico, che appare come trampolino di lancio per lo spostamento della soglia esistenziale: retrocedere agli elementi minimi della vita nel mondo, sminuzzare, parcellizzare in modo estremo, alla luce e con il sostegno degli ultimi ritrovati in fatto di scienza, permette l’estensione dello sguardo in un senso diacronico, volto ad un divenire quanto mai lontano proiettato nell’immensità spaziale. Primo autore ad aver fatto proprio, utilizzandolo nella sua ricerca, il termine cyborg, reso popolare nel 1960 da Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline, fatto che già mostra un lavoro che nell’intenzione poggia sul rinnovamento delle problematiche legate all’arte.

L’uso del computer, l’esplorazione della comunicazione tecnologica, portano l’autore sui piani dell’optical art negli anni ’60, tentando strade percettive che differiscono dal senso comune. Il progetto unitario che muove il suo percorso è ancora quello di uno spazio dell’interazione, mutuato dalle lunghe soste dell’autore nell’arte cibernetica. In questo senso, anche le produzioni autorali e performative risentono di questo tipo di approccio, risolvendosi, come nel testo “Quando il sole di Puglia”, in riflessioni sui luoghi che poggiano sulle esperienze scientifiche, o ancora in performance che hanno come luogo di svolgimento la prassi del contatto. L’opera autorale è dunque opera visiva, in quanto lo smembramento della materia organica nel verso attiva l’articolazione dell’occhio sull’enfasi, restituita dal dato storico/mitico, della vivisezione, della riduzione, attraverso la biologia, degli elementi. Gli studi sull’ibernazione portano all’allestimento di una mostra, con animali ibernati, nel 1971 e al monitoraggio dei fruitori attraverso l’uso di sensori appositi. Ma il “Progetto per ibernazione” ha gestazione lunga, dal 1963 al 1971, e si risolve con la performance dell’autore che finge, immobile, la sua ibernazione in una teca trasparente. È in questo caso che Franco Gelli parla di “Prova della poesia”, considerando l’ibernazione come uno dei motivi tipici di Valentini che appariva sempre più proiettato verso l’articolazione di una nuova visione, di una “nuova cosmogonia” (Gelli, 1983), in termini di costruzione di una diversa coscienza “planetaria” e di progettazione del futuro. L’esperienza della morte come rinascita, dunque il caso dell’ibernazione, schiudono scenari di controllo e gestazione autonoma del proprio esserci aprendo alle problematiche indagate dall’autore come nuovi orizzonti esistenziali. Il manifesto “Ipotesi genetica”, realizzato all’interno del movimento di Arte Genetica, è una grande campitura di nero, uno spazio abissale che guarda insieme al futuro e ad un remoto ancestrale. L’orizzonte futuro e spaziale e l’orizzonte ancestrale della nascita nello spazio mitico del ventre materno. In basso, la scritta “Mother” con all’interno della lettera “O” una e commerciale (&) e la parola “child” racchiusa nel ventre materno, indicano, oltre alla nascita, in un senso che è attivazione visiva della parola, la materialità del significante che si dà nella materia spaziale ed esistenziale del nero che sovrasta e domina il manifesto.